Libera il mostro della notte

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Il simpatico crepitio del fuoco; che ardeva allegramente tra le quattro pietre di porfido, trovate sulla stretta spiaggia di sabbia fine e grigia, in un tardo pomeriggio di settembre, ci teneva compagnia e faceva si che fossimo ancora svegli, ma per poco.

Eravamo arrivati lì dopo aver scavalcato una duna alta e poi scoscesa, a ridosso del laghetto costiero che del parco marino fa parte integrante, quasi inaccessibile da chi, da ragazzo, non ci è arrivato in pantaloni corti ed attrezzato di una tenda canadese acquistata al mercato delle pulci,  per farci il campeggio libero.

Ricordavo come era fatta la costa, appena sotto il pelo dell’acqua, e le correnti che via via modificavano i plati di sabbia che si intuiscono solo quando il mare è formato perché lì rovescia con forza le sue fragorose onde.

Il mare quella sera, senza luna e con la marea crescente, era calmo ma così tranquillo che, un po’ il buio pesto appena rischiarato da quel focherello, che il silenzio dell’acqua immobile, incuteva una certa agitazione in chi avesse letto i giornali di quei tempi e ciò che accadeva in posti isolati come quello.

Nei giorni precedenti aveva fatto il classico diluvio di fine estate e finalmente dopo una botta di tramontana il nostro amico mare si era chetato definitivamente.

Le nostre quattro canne erano armate, ovviamente per le mormore, grandi mangiatrici di arenicola, esca micidiale, che però ha il difetto di dissanguare quei pochi facoltosi che riescono ad acquistarne una quantità sufficiente per caricare cinque o sei volte in una pescata. Io che sono sempre in cerca di catture di taglia mi affidai anche a un bel filetto di sarda legato con il filo elastico per farlo resistere al lancio. Quella notte in barba alle economie c’eravamo dati agli stravizi già dato in pasto ai famelici granchi ben due scatole del prezioso anellide color corallo.

I vettini delle canne con lo star light d’ordinanza si distinguevano nettamente in quel buio siderale e qualunque segnale di abboccata, seppur minimo, si sarebbe potuto percepire facilmente. Purtroppo niente segnali di abbocco. Soltanto recuperi a vuoto per controllare quanto si erano ancora abbuffati quei maledetti crostacei.

Perciò il sonno e la noia ci stavano per avviare in una di quelle situazioni che molti pescatori temono come una malattia. L”imbiancata” si profilava all’orizzonte, una delle solite conferme della iella che accompagna molto spesso gli “in bocca al lupo” che ti augurano amici e parenti quando ti rechi a pesca. Il temibile “buona pesca” non risultava proferito da nessuno e perciò questo ci confortava e ci spingeva a resistere alle lusinghe di un buon letto.

“io recupero, faccio un altro lancio, poi se vado a vuoto me metto in macchina che ho sonno ed anche freddo. Oggi non è giornata: è troppo calmo tutto, c’è il mare addormentato”.

Come ebbi terminato di proferire la parola addormentato, ed avviarmi verso la canna infilata nella sabbia, rimasi stupito dalla violenza con cui la stessa si ribaltò trascinata verso il mare. Cadde sull’acqua scura trainata da una mano lontana, cominciò ad incunearsi nella sabbia. Il grosso mulinello si era fortunatamente incagliato nella sabbia della battigia e l’archetto aveva fatto il resto, aprendosi e permettendo a quel magnifico 0,30 siliconato che vi era imbobinato. Mentre entravo a piedi nudi nell’acqua una miriade di pensieri mi avvampava il corpo tutto.
Primo, mantenere la calma perché solo un pesce di mole può fare queste peripezie.
Secondo, regolare la frizione prima ancora di chiudere quell’archetto dal quale si stavano sbobinando, con grande velocità, metri e metri di nailon.
Terzo, che tipo di pesce poteva essere dall’altra parte della canna e visto il tipo di abboccata?. Pensai che se aveva “tirato” così forte sicuramente si era ingoiato l’amo fino allo stomaco. Però l’abboccata è stata violenta ed improvvisa…

Regolai la frizione al minimo per saggiare piano piano il mio rivale e chiusi l’archetto con la speranza di iniziare un combattimento vittorioso…

Il mio compagno, amico da molti anni e testimone di memorabili catture, era subito stato richiamato dal trambusto, oramai la noia si era trasformata in eccitazione ed iniziò ad incitarmi.

“ti ricordi quel serra da cinque kilozzi? Quell’ombrina che non riuscimmo mai a sapere quanto pesasse per via che non si trovava una bilancia per misurarne il peso? Dai fammi vedere se il deretano anche oggi ti aiuta…”

La canna, una 4,30 di buona marca ed ottima storia di pesca, era molto leggera, aspettavamo una mormora…, l’amo era un 9 gambo lungo al carbonio ed il “baffo”, di ottimo 0,25 avvinto ad una girella di acciaio inox, zavorrato da un piombo scorrevole ,mi dava la sicurezza circa l’auspicabile cattura.

Già immaginavo il volto dei miei familiari con la mia oratona tra le braccia e l’ammirazione della moglie del mio vicino che faceva ingelosire mia moglie ed ingolosire mia suocera, grande cuoca.

Misi il manico della canna ben poggiato sulla pancia, appena coperta dai pantaloni di goretex e strattonai con decisione verso terra per ferrare quel misterioso rivale che si era attaccato poco lontano da me. La frizione fu l’unica a rispondere a quella chiamata. Il resto tutto immobile. La manovella del 6/00 girava a vuoto e pareva che si fosse sgranato il meccanismo.

“Ancora due o tre giri e poi in recupero con frizione più stretta…”

Simile ad una spinta alle spalle fu la reazione successiva e la paura di cadere in acqua mi fece immediatamente puntare i piedi ed inarcare la schiena all’indietro per controbilanciare quella forza impressionante. Cominciai ad escudere che un’orata potesse essere così forte, anche perché il filo era tutto ancora in bando dopo la “botta”. L’orata nuota verso il largo, questo pesce viene a terra.

Inizia il combattimento ed a tre recuperi corrispondono metri e metri di fuga indietro.

Il cuore mi scoppiava nel petto, le tempie pulsanti mi davano la misura di quella forte tensione. La lampada a batteria che avevo in testa, sopra la calottina di cotone, si stava affievolendo ed anche il fuoco sulla spiaggia non rilasciava che un lieve bagliore perché ormai coperto di cenere. Le tenebre e l’acqua che mi arrivava già sopra le cosce, fino all’inguine, mi davano un senso di angoscia. Temevo molto di poter finire in una buca e perdere il controllo della situazione.

“Questo pesce è il pesce della vita. Non lo devo assolutamente perdere”.

Cercai di ritornare indietro con corti passi, facendo leva sui talloni, verso la spiaggia. L’acqua ritornò sotto le ginocchia e la canna si arcuava, ma adesso il mulinello non perdeva la presa. Cominciai a cedere al panico per via della girella.

“maledizione non ho stretto bene il nodo, senza saliva…”

Intanto però percepivo lievi cenni di cedimento, non era una resa, ma il rapporto tra recupero e sfizionate era diventato a favore delle prime…

Ero ritornato sulla battigia ed il mio compagno continuava ad incoraggiarmi ed a illuminare il mare con la sua potente lampada frontale. La luce era così forte che riuscivo scorgere anche la sabbia sul fondo di quell’acqua immota. La marea era avanzata a tal punto che era quasi arrivata oramai l’acqua lambiva il nostro fuoco.

“Dai maledetto pesce, cedi che ti porto sulla spiaggia”.

Tra me e me dissi: uno sforzo così grande potrebbe essere nocivo alla mia schiena, vale la pena ammazzarsi per una bestia la cui cattura mi costringerà per almeno una settimana a letto? Mi turbinavano nella testa questi pensieri funesti perché l’animale continuava a dibattersi e capivo dalla sua forza quanto era possente.

Iniziai allora a vedere il filo della canna che si spostava con indolente sicurezza da una parte all’altra di quel mare oscuro e mentre recuperavo percepivo una minor resistenza non di meno mi capacitavo che la preda era si di grandi proporzioni, ma battibile.

“Dai, dai è a pochi metri”, gridava Flavio, il quale partecipava con il mio stesso entusiasmo. Io ero come un suo soldato, incitato a combattere fino allo strenuo dal suo comandante e mi prodigavo per lui.

Nemmeno sentivo più i nugoli di zanzare provenienti dal vicino lago che mi avvolgevano in un sudario di punture. Avevo la faccia gonfia, la schiena dolente, gli arti intorpiditi e le dita addormentate a causa del poco sangue che circolava nei polpastrelli, avvinti alla manovella del mulinello. Una situazione no limit.

Già altre volte mi ero trovato in situazioni simili, ma sempre per via del tempo inclemente. Nelle nottate d’inverno, quando aspettavamo, magari sotto la pioggerellina fredda ed incessante, l’abboccata della “regina spigola”.

Questa volta invece era fine estate, era di fronte ad un mare calmo ed ancora molto tiepido nonostante la recente pioggia e la tramontana.

Il “mostro” si fece tutto ad un tratto cedevole.

In prossimità della battigia, cessò di colpo di resistere alla trazione del mulinello.

Il mio recupero, guardingo e prudente, mi permise di avvicinare la bestia il più prossima al secco.

“Sii ecco, eccolaaaa”.

Era una bestia lunga oltre due metri. Un grongo stupendo. La testa simile ad una piccola anguria, un corpo grande come un grosso ramo d’albero di colore nocciola, luccicante sotto il riflettore del mio compagno, che rimase ammirato per la mia gigantesca preda, trascinata con fortuna ed anche perizia, fino riva.

Ero veramente felice, più ancor felice per la tenuta della mia attrezzatura, che tarata per mormore di massimo 8 o 900 grammi mi permise di portare a riva un pesce di quasi 12kg.

Dopo una serie di urla liberatorie della tensione accumulata, uno sguardo complice e pietoso ci fece decidere di tagliare quell’esile 0,25 che così bene aveva collaborato, insieme alla canna ed al mulinello, a quella memorabile impresa.

Resa la libertà all’animale, dopo alcuni momenti di apparente catalessi, cominciò ad insinuarsi nell’acqua profonda, nel buio pece, oltre la nostra vista.

Chissà se è ancora in vita e quanti piccoli ha fecondato…

L'Autore

Salsastefano

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